Un interessante spaccato di vita risorgimentale durante una notte del 1848 a Osteno, in preparazione all’insurrezione armata in valle Intelvi, ripreso dal libro “Un anno di emigrazione” di Enrico Lavelli pubblicato a Londra nel 1849. Nel testo si parla di una osteria, probabilmente situata sul lungolago di Osteno sotto i portici. Il libro racconta le esperienze risorgimentali dell’autore milanese Enrico Lavelli che dopo il ritiro delle truppe Piemontesi dalla Lombardia si rifugia in Svizzera, dove trova molti altri patrioti milanesi fra cui anche Mazzini. Insieme ad alcuni compagni partecipa ad una sfortunata insurrezione armata in valle Intelvi, il racconto prosegue con il suo arrivo da esule a Torino e Genova per approdare infine a Londra.
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Il domani sul far della sera mi recai alla taverna di Buciogna. E’ questa una osteriaccia scomoda e rozza, alla distanza di un miglio da Lugano, piantata sulla riva del lago Ceresio fra due macigni torreggianti, che quasi si combaciano: anticamente era un ospizio per i contrabbandieri. Al mio giungere vi trovai vari amici, piumati come i cavalieri del medioevo, armati fino ai denti. Si attese sino alla mezzanotte tra il cantare e il bere; finchè essendo silenzio da ogni parte e ravvisatici in numero sufficiente, scendemmo in spiaggia, abbrancammo un barcaiolo e lo costrinsimo a condurci a Osteno.
“Ad Osteno! E fece due passi indietro barcollando”.
“Tanghero: ad Osteno si: che hai a replicare?”
“Ma non sanno che Osteno è terra di Lombardia?”
“Quello che vogliam noi.”
“E i Tedeschi li contano per niente!”
“Mena i remi, e non va a cercare cinque ruote in un carro: fa il barcaiuolo disutilaccio.”
“Ad Osteno! Ad Osteno!” ripeteva il barcaiuolo, adattando i remi alla navicelletta: come avesse voluto dire: Oh che pazzi! Oh che pazzi!
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A mezza notte giunsimo ad Osteno, sotto un grosso acquazzone temporalesco.
Riconosciuti dalla sentinella ci dirigemmo al gran quartiere della spedizione, che era l’osteria principale del paese. Notai in essa un gran rimescolio di gente allegra e baldanzosa: alcuni, gironzolando per le varie sale di quella taverna, facevano un gran strisciare di lunghe daghe e durlindane: certi altri nella cucina acquattati sotto una gran cappa di camino componevano de’trastulli nella cenere con la punta di schegge labarde, che mi fecero venire in mente gli eroi d’Omero intenti nel campo Trojano con le lance ad attizzare i fuochi. Schioppi poi tromboni e pistoni e altre simili suppellettili in grandi fasci ai quattri canti dello stanzone, oppure quà e là sui deschi, sulle panche appesi ai muri.
La scena era varia e dilettevole. Col povero villico dagli abiti o cenciosi o mal rassettati, confabulava, beveva, rideva, il figlio del compadrone tutto azzimato e pulito. Anzi mangiavano dal medesimo piatto, sorsavano dalla medesima bottiglia. V’era insomma quella gioia fraterna, che non rammenta se non che l’egualglianza degli interessi e delle volontà.
Chi in quell trambusto, in quell’allegria fragorosa non godeva forse troppo (certo meno degli altri), e ne avrebbe anche fatto senza volentieri era l’ostessa, la quale per quanto cercasse di rispondere con grazia, con una bocca tutta sorridente, lasciava però traspirare da un fronte a quando a quando increspato, il fastidio in lei prodotto da quella ressa, da quello scompiglio. Certe fiate dando di sbieco un’occhiata a quella moltitudine incomposta, e chiassosa, ne lo ritraeva emettendo un mezzo sospiro, dicendo sicuramente tra se: Oh che babilonia! Oh che ventura l’è questa!
Ad un ora di notte comparve il capo della spedizione, voglio dire il general d’Apice, accompagnato da un certo Cironi, che si fece nominare suo segretario aiutante. Chiamò in una stanza a parte tutti quelli che dovevano formare la sua colonna, li mise possibilmente in fila ordinata e disse: “Figlioli! La campana a stormo che in questo momento batte in Vall’Intelvi, in Valtellina, sulle rive del lago Maggiore, chiama tutti gli Italiani a far il proprio dovere, a morire per la patria, alla difesa della libertà ….”
Fatta questa arringa, ci licenziò: scrisse qualche lettera, e due ore dopo fummo chiamati a suon di tamburo per incamminarci a San Fedele.
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Da: "Un anno di emigrazione" di Enrico Lavelli
Pubblicato da Jon Chapman - Londra 1849
Link correlati :
- Informazioni sull’insurrezione della valle Intelvi
- Archivio storico Casa Carlo Cattaneo a Lugano
- Informazioni su Andrea Brenta, patriota risorgimentale della valle Intelvi
